Una finestra su Edimburgo

Tra fantasmi, castelli e vicoli, il racconto di una città che ha saputo sorprendermi
di Martina Maso
25 June 2025
Ross Fontain e il Castello di Edimburgo

C’è una voce che non si spegne, anche quando torni a casa. Una voce fatta di pioggia leggera, passi sul selciato e vento che muove le guglie. È la voce di Edimburgo, e mi ha trovata.

Era nella lista delle città da vedere, certo. Ma non immaginavo che sarebbe entrata così prepotentemente nella lista delle città da custodire. Quando ho camminato tra le tombe del Greyfriars Kirkyard, ho capito che lì la fantasia e la morte si stringono la mano, e che da quelle lapidi non escono solo nomi: escono storie.

Edimburgo non è una città che si visita. È una città che si legge, e che ti legge.

Partiamo dall’inizio, quando ho preso quell’aereo in pieno autunno all’inizio di novembre con la tempesta Ciaràn che imperversava in tutta l’Europa occidentale causando un’ora di ritardo alla partenza serale.

Atterraggio, mezzi pubblici e poi finalmente lei in tutto il suo splendore di luci soffuse, una città avvolta in un riflesso bagnato da una tempesta appena passata, sapevo che mi avrebbe conquistata, ma così mi ha proprio travolto.

Greyfriars Kirkyard – I nomi che diventano leggenda

Se c’è un posto che mi ha davvero stregata a Edimburgo, è Greyfriars. Un cimitero, sì, ma con un’anima potente. J.K. Rowling ci ha trovato ispirazione per i nomi di Hogwarts: Riddle, McGonagall, Potter. Sono tutti lì, incisi sulla pietra.
Tra storie vere e leggende, qui tutto parla. C’è Bobby, il cane che ha vegliato la tomba del suo padrone per 14 anni. Ed è diventato un simbolo d’amore e fedeltà.
E poi c’è Lord Mackenzie, “il Sanguinario”. La sua tomba sarebbe infestata da un poltergeist. Qualcuno giura di averlo sentito. Io non l’ho visto… ma il brivido, quello sì.

Il Castello e le storie che resistono

Sulla vetta di un vulcano spento, il Castello di Edimburgo impone la sua presenza su tutta la città. Sapevo sarebbe stato maestoso, ma non immaginavo una struttura così complessa. Più che un castello, è una fortezza che racchiude secoli di storia, tra edifici costruiti in epoche diverse.
Quelli che mi hanno colpita di più:

  • Half Moon Battery: la massiccia batteria di artiglieria del Cinquecento;
  • Royal Palace: con gli appartamenti reali e la Crown Room che custodisce gli Honours of Scotland;
  • Half Moon Battery: la massiccia batteria di artiglieria del Cinquecento;
  • Royal Palace: con gli appartamenti reali e la Crown Room che custodisce gli Honours of Scotland;
  • St Margaret’s Chapel: il nucleo più antico, piccolo gioiello romanico del XII secolo;
  • Great Hall: la sala delle cerimonie di Giacomo IV;
  • Scottish National War Memorial: il memoriale ai caduti scozzesi;
  • Mons Meg: una delle bombarde medievali più grandi al mondo;
  • One O’Clock Gun: il colpo sparato ogni giorno alle 13:00 (tranne domenica e Natale).

Ed è proprio a ridosso di quel colpo che inizia la mia visita, accompagnata dal rombo della storia: tra pietre, assedi, monarchi e soprattutto lei, Maria Stuarda, che qui visse uno dei suoi capitoli più intensi.

Vista notturna sul Castello

Calton Hill – Il cielo che abbraccia tutto

Se il Castello domina Edimburgo da una roccaforte, Calton Hill la sovrasta con leggerezza, abbracciando la città e le Highlands con uno sguardo a 360 gradi. Anche questa collina si erge su un vulcano spento, ed è un luogo dove storia, paesaggio e cultura si fondono in un panorama che lascia senza fiato.
Soprannominata “Atene del Nord”, è punteggiata di monumenti che ne raccontano il passato:

  • National Monument of Scotland: doveva ricordare il Partenone di Atene e commemorare i caduti nelle Guerre Napoleoniche. È rimasto incompiuto, ma maestoso;
  • Nelson’s Monument: una torre slanciata come un telescopio rovesciato, in onore dell’ammiraglio Nelson;
  • Dugald Stewart Monument: il più fotogenico, un tempietto neoclassico che sembra uscito da un dipinto romantico;
  • City Observatory: un ex osservatorio astronomico oggi trasformato in spazio d’arte contemporanea (e ristorante panoramico);
  • Old Calton Burial Ground: antico cimitero dove riposano, tra gli altri, David Hume e i cinque “martiri politici” condannati per sedizione.

 

Calton Hill non è solo un punto panoramico: è uno di quei luoghi dove Edimburgo sembra fermarsi un attimo, respirare piano, lasciando che la storia si mescoli al vento e allo sguardo. Da qui, città vecchia e nuova si incontrano in un solo colpo d’occhio.

Il monumento a Walter Scott – Le storie restano

È impossibile non notarlo: al centro di Princes Street Gardens, il Monumento a Walter Scott si staglia come una cattedrale gotica rivolta al cielo. Sembra uscito da uno dei suoi romanzi, cupo e affascinante, immerso tra il verde del parco e il frastuono discreto della città.
Era autunno, e ogni passo tra le foglie cadute sembrava accentuare quella bellezza malinconica che solo Edimburgo sa evocare. Il mio legame con questo luogo è nato camminandoci intorno, respirando quell’aria intrisa di storie e lasciando che fosse lo sguardo a salire.
C’è qualcosa di profondamente letterario anche solo nel passarci accanto, nel vedere Scott seduto con il suo cane, Maida, mentre la pietra nera racconta silenziosamente la potenza della scrittura.
È un monumento che non grida, ma resta. E in quella sua presenza così solida e costante, mi sono ritrovata a pensare che anche le parole – quando sono vere – sanno fare lo stesso.

Monumento a Walter Scott

Le Highlands di Edimburgo – Un paesaggio che sorprende

A Edimburgo le Highlands non sono un luogo lontano. Basta salire verso Holyrood Park per ritrovarsi immersi in un paesaggio che cambia tono e ritmo. L’autunno fa il resto: i colori caldi, il vento più tagliente, la città che piano piano si abbassa dietro di te.
Durante una delle mie passeggiate mi sono fermata davanti a quello che resta della St. Anthony’s Chapel. Una piccola rovina medievale affacciata sulla città, che sembra resistere più al tempo che al clima. Non c’è molto, solo pietre scure e aperture sul vuoto, ma è uno di quei posti che ti fanno rallentare senza chiedere niente.
Da lassù si vede tutto, ma ci si sente un po’ fuori da tutto. È uno dei momenti in cui Edimburgo mostra il suo lato più silenzioso e autentico, dove la natura si prende spazio e racconta una storia diversa da quella dei musei o dei palazzi. Una storia fatta di roccia, vento e sguardi larghi.

St. Antohony’s Chapel

Il viaggio che non è finito

Edimburgo mi è rimasta addosso senza che me ne accorgessi. Non è stata la città perfetta o la più spettacolare che abbia mai visto, ma quella che è riuscita ad arrivare più vicino a quello che sono. Ci sono luoghi che parlano in silenzio, che si rivelano mentre cammini senza fretta, e lei ha fatto proprio così: un po’ alla volta, con discrezione.
Ricordo i cieli bassi, i parchi d’autunno, le pietre umide, i nomi letti sulle lapidi, i racconti trovati per caso. Ogni cosa aveva un suo ritmo, un suo tempo. Non c’era bisogno di capire tutto subito.
Forse è per questo che continuo a pensarla. Perché mi ha lasciato qualcosa da decifrare. E perché è uno di quei posti in cui le storie sembrano nascere da sole, come se non aspettassero altro.
D’altra parte, è anche la città dove una scrittrice qualunque ha inventato un mondo di magia seduta in un caffè, guardando fuori da una finestra.

E io, lì, ho avuto l’impressione che anche senza bacchette o incantesimi, qualcosa di simile succedesse davvero.

Una Musa a Dean Village