Venezia, in fondo, è ancora la Serenissima… e non solo

Quel sentore di dominio sul mondo che il tempo non ha ancora cancellato
di Martina Maso
15/09/2026
Il Canal Grande di Venezia visto dal Ponte dell'Accademia, con la cupola della Basilica di Santa Maria della Salute sullo sfondo, gondole e imbarcazioni sull'acqua.
Il Canal Grande visto dal Ponte dell'Accademia, con la Basilica di Santa Maria della Salute sullo sfondo, Venezia. Ph. Martina Maso

Venezia sta diventando quel luogo a cui torno sempre quando cerco arte e storia, e mi decido finalmente ad andare a visitare il Museo Fortuny che si trova nella lista delle cose da vedere da un bel po’ di tempo. Non sapevo che nel tragitto tra stazione e Museo, tappe previste e altre no, mi avrebbe fatto fare anche un salto (mentale) nel passato, fino al periodo della Serenissima, e voglio portarvi con me partendo proprio dalla fine storica della Repubblica.

Quel 17 ottobre che dà fine alla Repubblica

Il 17 ottobre 1797 a Villa Manin, Napoleone Bonaparte per la Francia e il conte Ludwig von Cobenzl per l’Austria firmano il Trattato di Campoformio. Un atto che chiude la campagna d’Italia del 1796–1797 e con essa, la Repubblica di Venezia: ceduta all’Impero asburgico in cambio del riconoscimento della Repubblica Cisalpina. Questo è quello che i libri di storia raccontano, la data che si studia, la fine ufficiale della Serenissima che domina il mondo da oltre mille anni, fin dal 697 d.C., un migliaio di anni di dogi, di flotte, di commerci, di guerre vinte e perse. L’ultimo doge Ludovico Manin depose le insegne dogali senza combattere: la Repubblica più antica d’Europa si arrese senza nemmeno un vero assedio. Ma bastano poche ore trascorse a Venezia per capire che quella fine non è mai stata del tutto decretata e che vive nell’anima della città, e ora vi porto con me in questo “viaggio” contemporaneo fatto di epoche antiche.

Venezia tra acqua e sapori

Esco dalla stazione e Venezia mi si apre davanti un classico che non stanca mai, il Canal Grande che già divide la città e sull’altra sponda proprio di fronte, la cupola verde della Chiesa di San Simeon Piccolo, il cui nome ufficiale sarebbe Chiesa dei Santi Simeone e Giuda. Da lì il percorso verso il Fortuny passa per una sosta che avevo già in programma: pranzo al ristorante afghano Orient Experience. L’odore di spezie, i sapori, persino il nome del locale mi hanno riportato dritta a quello che Venezia è stata per secoli un crocevia tra Oriente e Occidente, un porto dove arrivavano merci, culture e colori da tutto il Mediterraneo.
Per secoli la Serenissima ha vissuto proprio di questo: navi che partivano e tornavano da Costantinopoli, da Alessandria, dai porti del Mediterraneo orientale, cariche di spezie, sete, vetri, tappeti. E con le merci arrivavano anche gli uomini, le idee, gli sguardi diversi. Non stupisce che proprio qui si siano formati alcuni dei più grandi pittori della storia dell’arte: Tiziano, Tintoretto, Veronese capaci di inventare un modo di dipingere dove il colore conta più della linea, quello che ancora oggi si chiama pittura tonale.

Scalone monumentale in marmi policromi di Palazzo Cavalli-Franchetti a Venezia, con lampadario in ferro battuto
Lo scalone di Palazzo Cavalli-Franchetti, opera di Camillo Boito. Ph Martina Maso

Tra Neogotico e la Biennale

Una tappa non prevista, questa. Sul tragitto mi ritrovo davanti al Caffè Moro, che mi incuriosiva già da tempo per il suo stile elegante, non mi ero mai soffermata ma vista l’assenza della solita ressa estiva, decido che è il momento giusto per fermarmi. Accanto, Palazzo Cavalli-Franchetti per me del tutto sconosciuto, la porta è aperta e la vista della scalinata, insieme alla scoperta che dentro c’è un evento collaterale alla Biennale, accende una curiosità che non riesco a ignorare ed entro.

Il palazzo si affaccia sul Canal Grande vicino al Ponte dell’Accademia, e la sua storia è più stratificata di quanto lascino intuire le finestre in stile gotico della facciata. Le sue radici sono gotiche per l’appunto, del XV secolo per la famiglia Marcello, passa poi ai Gussoni e ai Cavalli, e nell’Ottocento conosce diversi proprietari illustri, tra questi il conte di Chambord, pretendente al trono di Francia, che ne accentua il carattere neogotico affidandosi all’architetto Giambattista Meduna, lo stesso che lavorò al restauro di San Marco e della Fenice. Si deve probabilmente all’Ottocento anche il giardino laterale, un lusso raro nella Venezia costruita fitta sull’acqua. Il volto che vedo oggi, però, porta soprattutto la firma del barone Raimondo Franchetti, che acquista il palazzo nel 1878 e commissiona all’architetto Camillo Boito quello scalone che mi aveva attirata dentro: marmi policromi, decorazioni che sfiorano già il gusto Liberty, completato negli anni Ottanta dell’Ottocento.

Dentro mi trovo in mezzo a due mostre che rientrano tra gli eventi collaterali della Biennale: Vyacheslav Akhunov: Instruments of the Mind dell’artista uzbeco Vyacheslav Akhunov, un percorso tra pittura, video e installazioni che rilegge memoria e archivi del suo paese d’origine l’Uzbekistan e del passato sovietico che lo ha attraversato. E TURANDOT: To the Daughters of the East, una collettiva di artiste dell’Asia centrale e del Medio Oriente tra cui Mona Hatoum, che riprende la figura di Turandot fin dalle sue origini nella letteratura persiana, molto prima che diventasse l’opera pucciniana che tutti conosciamo.

Palazzo Franchetti oggi è sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

Sala del Museo Fortuny, tra tessuti e abiti storici. Ph Martina Maso

Mariano Fortuny tra Simbolismo e Liberty

Arrivo a destinazione, il motivo della mia visita a Venezia: Il Museo Fortuny. Una porta anonima in mezzo ai classici palazzi veneziani, un paio di scalini in discesa, e neanche mi ero accorta dell’ingresso. Biglietteria, e si sale. Era la mia prima volta al museo di Mariano Fortuny conoscevo già la fama: i suoi Delphos hanno fatto la storia della moda, quegli abiti in seta plissettata che ancora oggi si studiano nei corsi di design, ma vederli dal vivo è tutto un’altra cosa.

Quello che non sapevo è che me ne sarei innamorata in modo viscerale. Fortuny era un eclettico vero: pittore, fotografo, scenografo, inventore di tessuti e sistemi di illuminazione teatrale, detentore di oltre venti brevetti registrati a Parigi tra il 1901 e il 1934. E il palazzo che porta il suo nome, un tempo Palazzo Pesaro degli Orfei, restituisce tutto questo con stanze piene di stoffe, quadri, oggetti che raccontano un uomo capace di muoversi tra discipline diverse senza fermarsi mai a una sola.

Non era solo, al suo fianco per tutta la vita, Henriette Negrin, la donna che aveva conosciuto a Parigi e che nel 1902 lo raggiunse a Venezia: musa, compagna, ma anche mano concreta dietro molte delle invenzioni che portano il nome di lui. Fu lei a occuparsi della ricerca sui pigmenti, a stendere i colori sulle matrici di legno per la stampa dei tessuti, e lo stesso Fortuny, in una nota scritta a mano su uno dei brevetti, riconobbe che l’abito Delphos era in realtà un’invenzione sua. Secoli prima erano state le spezie e le sete a viaggiare fin qui dall’Oriente; ora erano le idee, i tessuti, le invenzioni di due persone innamorate a muoversi nello stesso palazzo. Il via vai di un tempo andato aveva solo cambiato la merce che portava con sé.

Canal Grande, crocevia di secoli

Una giornata estiva a Venezia non poteva chiudersi che con un aperitivo classico, ai piedi del Ponte di Rialto, in uno dei punti dove le gondole partono e arrivano lungo il Canal Grande, lo stesso canale che avevo visto poche ore prima uscendo dalla stazione. Lo stesso canale che per secoli è stato il crocevia principale della città: da qui passavano le merci dirette verso il Mediterraneo e l’Oriente, le stesse spezie e sete che avevo ritrovato a pranzo, il caffè bevuto al Palazzo Franchetti, lo stesso via vai di culture che aveva attraversato anche Fortuny e il suo palazzo. Le gondole di oggi non trasportano più nulla di tutto questo, eppure fanno ancora lo stesso mestiere trasportano persone da una sponda all’altra di un’acqua che, da sempre, sembra sapere più cose di quante ne lasci vedere.

Il fascino di Venezia è anche questo, nella sua contemporaneità e in poche ore, ti trasporta nei suoi secoli passati e tu puoi decidere di essere un semplice visitatore o un attore, vivendo di sussurri di storie trascorse.