Freya e Peggy, il Novecento a modo loro

Nel secolo dei grandi cambiamenti, due modi liberi di vivere il proprio tempo
di Martina Maso
18/10/2026

Rubrica: Connessioni

Taccuino di viaggio aperto su una mappa, penna stilografica, macchina fotografica d’epoca e tela dipinta a olio su un tavolo di legno, per raccontare Freya Stark e Peggy Guggenheim
Una mappa, una penna, una macchina fotografica e un pezzo di tela. Freya e Peggy, in versione tavolino. Creata con IA

Freya di cognome Stark nasce a Parigi il 31 gennaio 1893 e Peggy di cognome Guggenheim a New York il 26 agosto 1898. Quasi coetanee crescono in un mondo e in un secolo che cambia in fretta, nessuna delle due ha l’aria di volerlo vivere per com’era. Una finirà per viaggiare da sola e scrivere di deserti e di valli che gli europei non avevano mai visto, l’altra a comprare opere che molti non capivano ancora perché anche l’arte stava uscendo dagli schemi. Freya Stark e Peggy Guggenheim non si somigliano o forse sì, chissà se avrebbero gradito il paragone. Il Novecento a modo loro è cominciato più o meno così, facendo quello che non ci si aspettava da loro.

Dai giardini alle storie

Il giardino di entrambe. Tutto è partito da lì. Ho visto prima quello di Freya nella sua villa ad Asolo e di recente ho visto il giardino del Guggenheim di Venezia, non sono uguali ma si assomigliano nello stile o meglio mi hanno portato a vederle “uguali” nel loro modo di vivere, lontano dagli stereotipi femminili dell’800. Non so cosa mi abbia fatto scattare questo confronto tra le due, sarà l’atmosfera che si respira, quella sensazione di artisti, letterati e altri personaggi di quel tempo che si sono trovati in quei giardini, o quell’aspetto da giardini di altri tempi, e comunque nel giardino di Peggy mi è stato semplice trovare questa somiglianza.
Ed ecco che senza volerlo le immagini dei due volti femminili sono apparse come se fossero lì e ho iniziato a ricordare le loro storie, di cui una conoscevo bene, Freya, e l’altra, Peggy, più di nome che di storia, finché prima di visitare il Guggenheim non ho colmato la lacuna.
Freya, cresciuta tra l’Inghilterra e il nord Italia, a trentaquattro anni parte per il Medio Oriente e comincia a raccontare quello che incontra: strade, valli, persone. Peggy, figlia di Benjamin Guggenheim, morto sul Titanic nel 1912, si muove tra New York, Parigi e Londra, frequenta le avanguardie e comincia a comprarle.

Due angoli di un giardino veneziano: a sinistra una fontana ottagonale in pietra tra siepi e alberi, a destra un pergolato rotondo con colonna in pietra, vasca in terracotta e muro in mattoni sullo sfondo
Dettagli dei giardini, a sinistra la fontana di Villa Freya e a destra il pergolato del Guggenheim di Venezia. Ph Martina Maso

La collezionista americana e l’esploratrice inglese

Come già anticipato, Peggy nasce a New York nel 1898 in una delle famiglie più ricche d’America e a tredici anni perde il padre Benjamin, morto sul Titanic. All’arte arriva tardi e quasi per caso, nel 1938, a trentanove anni, cerca qualcosa da fare e apre a Londra la galleria Guggenheim Jeune, senza sapere nulla di collezionismo. Se la fa spiegare da Marcel Duchamp e da lì non smette più di comprare. Nel 1942 apre a New York Art of This Century, dove gli artisti europei stanno accanto agli americani ancora sconosciuti, come Jackson Pollock e Mark Rothko. Nel 1948 porta la collezione alla Biennale di Venezia, l’anno dopo compra un palazzo sul Canal Grande e ci resta fino alla morte, nel 1979. Le sue ceneri sono ancora nel giardino accanto al cimitero dei suoi cani.


Inglese di origine, Freya nasce a Parigi nel 1893 e cresce tra il Devon e il nord Italia, ad Asolo. Impara da sola il latino, poi studia arabo e persiano, e durante la prima guerra mondiale fa l’infermiera. A trentaquattro anni, nel novembre 1927, parte per il Medio Oriente, comincia a viaggiare per la Persia occidentale e questi viaggi diventano libri come Le valli degli Assassini. Nella seconda guerra mondiale lavora per il Ministero dell’Informazione britannico, tra Aden, Baghdad e il Cairo. Si sposa nel 1947 e si separa cinque anni dopo, viene nominata Dame dell’Impero Britannico nel 1972, il titolo onorifico che la corona dà a chi si è distinto per i suoi meriti, e che per le donne corrisponde a “Sir”, e muore ad Asolo nel 1993, a cento anni. Due ceti sociali molto diversi eppure vite simili nel cercare la propria libertà dopo i trent’anni.

Il secolo difficile del Novecento

Il Novecento non ha fatto sconti a nessuna delle due. Peggy lascia nel 1928 il marito Laurence Vail, che beveva ed era violento con lei, e dieci anni dopo apre la sua prima galleria a Londra che dura solo diciotto mesi prima che la guerra arrivi. Nel 1941, con la Francia occupata dai nazisti, scappa verso gli Stati Uniti portandosi dietro la collezione, e a bordo ci sono anche l’ex marito con la sua nuova moglie, Max Ernst e sette figli, una traversata che nessuno si sarebbe immaginato di fare in compagnia di una famiglia allargata a quel modo. Il matrimonio con Ernst non regge, il divorzio arriva nel 1946, l’anno dopo la sua galleria di New York chiude in perdita, e nel 1967 perde la figlia Pegeen.

Freya cresce in una famiglia dove il matrimonio dei genitori è finito presto, con la madre che se ne va con un giovane conte italiano, e nel 1926 vede morire la sorella Vera, che non aveva potuto vivere come voleva. L’anno dopo parte per il Medio Oriente. In Siria viene fermata dai francesi che limitavano gli spostamenti, e alla fine del 1934, durante la prima spedizione in Arabia, si ammala di morbillo e deve essere recuperata dall’aviazione britannica. Durante la seconda guerra mondiale mette la sua conoscenza del mondo arabo al servizio del Ministero dell’Informazione, tra Aden, Baghdad e il Cairo, e c’è chi ha sempre sospettato che fosse anche una spia. Il matrimonio con Stewart Perowne, nel 1947, dura appena cinque anni.

Giardino a Venezia con una scultura e una cupola sullo sfondo, accanto a vecchie fotografie in bianco e nero su una stoffa, per l’articolo su Freya Stark e Peggy Guggenheim
Dettaglio del giardino della Collezione Peggy Guggenheim, Venezia (a sinistra) e dettaglio interno di Villa Freya, Asolo (a destra). Ph Martina Maso

Rinascono dalle proprie ceneri come la Fenice

Eppure da quasi tutto quello che è andato storto queste due donne hanno tirato fuori qualcosa. Peggy scappa dalla Francia con la collezione e a New York, nel 1942, ne fa una galleria, Art of This Century, dove gli artisti europei stanno accanto agli americani ancora sconosciuti. Il museo che sognava di fondare a Londra lo realizza a Venezia. Porta la collezione alla Biennale nel 1948, l’anno dopo compra il Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande e nel 1951 lo apre al pubblico. Nel 1962 la città le dà la cittadinanza onoraria. Quando affida palazzo e collezione alla Fondazione Guggenheim di New York, pone una sola condizione, che le opere restino per sempre dove sono. Oggi nelle sue sale ci sono Picasso, Kandinsky, Dalí, Magritte, Chagall.


Per Freya la carenza di una biografia vera e propria rende un po’ più difficile avere la certezza di quanto le accade dopo, ma cercherò, con quel poco che c’è, di raccontare come la sua vita abbia svoltato tra le avversità di quel secolo. Dopo la morte della sorella, parte e non si ferma più. In Siria i francesi, che controllavano il paese e avevano represso con durezza il popolo dei drusi, la fermano. Quando poi incontra i drusi, la accolgono con più fiducia, proprio perché anche lei ha avuto problemi con i francesi, e quel primo viaggio nel Levante diventa il libro Lettere dalla Siria. Le spedizioni in Persia e in Arabia diventano altri libri, e il morbillo del 1934 resta un episodio in mezzo a tanti. Con la guerra mette quello che sa dei paesi arabi al servizio dell’Inghilterra, e il suo mestiere di viaggiatrice diventa anche un lavoro, anche da anziana non si ferma, va a cavallo sull’Himalaya e scende l’Eufrate in zattera, ma sceglie dove fermarsi, ad Asolo, e lì resta fino alla fine.

Immaginarle nei loro giardini

Mi piace immaginarle così, nei rispettivi giardini, che diventano salotti mondani pieni di artisti, letterati e politici che discutono del mondo e di come cambiarlo, se possibile. Il peggio, nella mia immaginazione, è ormai passato, e io posso raccontare il loro modo di vivere libere. Sono donne che aprono menti e porte delle loro case, perché quel modo di vivere non resti solo loro e possa essere di esempio per altre. E hanno il coraggio dello sguardo, Freya va dove gli europei si spingono di rado e lo racconta, Peggy riconosce il valore di artisti che molti ancora non capiscono, e nella sua galleria londinese espone la prima personale di Kandinsky nel Regno Unito e il debutto di un giovanissimo Lucian Freud. I loro quadri e i loro libri diventano un rifugio per la conoscenza. Ecco come me le immagino, e perché no, con un aperitivo in mano.